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Certo, si può continuare a vivere nell’immediata attualità, senza memoria e senza progetti, quotidianamente reagendo alle “breaking news” spacciate dai peggiori giornalisti del mondo, per lo più gossip e bufale ma tutte prese sul serio, come sintomi di qualcos’altro e dunque causa di rabbia, passione, tifo e tuttavia immancabilmente dimenticate in una settimana se non in poche ore e sostituite da altre cazzate. È il liberismo anglosassone, fondato sul qualunquismo, sulla mobilità (rifiuto di radici e di durata), sull’obsolescenza programmata di prodotti e abitudini, sul culto del successo e non delle virtù: un meccanismo facile facile, esentato da qualsiasi morale e dunque da qualsiasi responsabilità, e per questo importato ovunque, basta abbandonarsi alle proprie pulsioni e lasciar fare al mercato, ossia alla finanza globale e ai suoi media.
Oppure, anche se mantenendosi nell’ambito di un sistema capitalista (nessun paese finora ne è mai uscito, altro che fascismo o comunismo), si può restare fedeli alla propria identità culturale e sociale, costruita in secoli se non millenni di Storia, e difenderla dalla colonizzazione e dall’omogeneizzazione; come fanno i francesi, i tedeschi e alcuni piccoli paesi europei, a partire dalla lingua per arrivare all’economia. Altro che il vuoto slogan dell’“orgoglio italiano” della destra (Berlusconi incluso!), gli stessi che a tempo pieno promuovono privatizzazioni e liberalizzazioni, ossia l’indebolimento dello Stato e la svendita dei suoi servizi e delle piccole impese alle megamultinazionali, quasi tutte straniere (comprese quelle che erano italiane, tipo la Fiat). Altro che il terzomondismo piddino e “woke” e la sua cultura della cancellazione di qualsiasi tradizione. C’è un partito, anche un solo, che ponga al centro del suo programma e senza ambiguità, un nuovo Risorgimento italiano, prima che si imponga definitivamente il modello americano, manco per scelta, solo per disattenzione?