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Per sapere cosa succede in Italia mi capita di scorrere, in mancanza di meglio, i titoli del Fatto quotidiano online, quello diretto dal liberista Gomez, poco a che vedere con l’edizione cartacea diretta da Travaglio (che ha un decimo dei lettori, se pure). Lo faccio sempre meno: la miscela di fastidio e di tedio che mi provoca peggiora il mio umore.
Pochi giorni fa ho notato un titolo che, evidentemente, ero riuscito a ignorare per settimane o mesi: “L’Inferno di Dante in due minuti”. Desolante: un ossimoro inconsapevole di esserlo. Il collegamento ipertestuale rimandava a un video dedicato all’ultimo canto, con Lucifero e il passaggio nel Purgatorio, ma ho guardato anche quelli del V (Paolo e Francesca) e del XXVI (Ulisse). Effettivamente brevissimi: poco più lunghi delle pubblicità che li precedono e altrettanto scontati, un invito a non andare oltre, ad accontentarsi di un paio di banalità. Una veloce ricerca mi ha permesso di scoprire che a parlare di Dante ai lettori del Fatto non era uno studioso, tanto meno un dantista: ovviamente un giornalista e liberista DOC, basta leggere i suoi articoli e far caso ai personaggi con cui collabora, da Sgarbi a Carofiglio. Così opera il liberismo: deprezzando il valore e il significato di tutto ciò che di profondo, di bello e di complesso la società umana abbia creato nei secoli, in modo che il vuoto e la trivialità di un sistema fondato sul successo e sull’intrattenimento appaiano normali e inevitabili, un destino manifesto.
Allora ho spento il computer e ho preso un libro. Sono un privilegiato: le automobili fiche e i telefonini di moda non mi hanno mai interessato; invece ho sempre comprato libri, anche quando leggerli non era il mio mestiere e avevo pochi soldi. Così ora ne ho migliaia e benché da quando è iniziato il covid non sia più andato in biblioteca o in libreria, esplorare i miei scaffali mi porta a scoperte inattese. Oggi mi sono capitate in mano le poesie di Manzoni, nell’edizione di una collana, i Classici Mondadori, che attraverso il novecento testimoniò il bisogno di affermare l’identità nazionale pubblicando i grandi autori della nostra tradizione. La collana chiuse in coincidenza con l’arrivo della globalizzazione, della correttezza politica e dei nuovi media, tutti e tre ostili a qualsiasi canone che possa ostacolare l’omogeneizzazione planetaria e il trionfo dell’individualismo (liberista, liberal o woke che sia) e della superficialità.
“Oh giornate del nostro riscatto! / Oh dolente per sempre colui / che da lunge, dal labbro d’atrui, / come un uomo straniero le udrà! / Che a’ suoi figli narrandole un giorno / dovrà dir sospirando: io non c’era”. Versi che non mi parvero remoti o estranei neppure quando me li fecero imparare a memoria, tanti anni fa. Non so se mi piacquero perché non mi ponevo il problema; inizialmente non mi piaceva neanche la matematica ma la studiavo lo stesso e studiandola cominciò a piacermi: è che lo scopo della scuola e in generale della vita non era per me, per noi, l’edonismo, la “realizzazione di sé stessi”, il desiderio di “esprimersi”, bensì l’esigenza di capire e così entrare a far parte di una collettività. Una collettività che mi garantiva un futuro, e dunque la speranza di un mondo migliore, nella misura in cui io lo garantivo al passato, non semplicemente museificandolo o riducendolo a pillole nozionistiche (come i due minuti concessi a Dante e solo per via della kermesse del centenario) bensì confrontandomi con esso e notando, come sempre quando si incontra una vera alterità (e non quella preconfezionata del multiculturalismo da supermercato), i punti di contatto e quelli di attrito.
Non direi mai “da lunge” o “d’altrui” e non amo le esclamazioni. Ma quel verso, “dovrà dir sospirando: io non c’era”, in chiusura della poesia, dà senso ai cento versi precedenti e non avrebbe la stessa forza senza di essi. Anzi, accorgersi che a scriverlo fu un uomo di un’altra epoca che usava parole desuete e una retorica a noi poco consona, lo rende di un’attualità sconvolgente. Io non c’ero: quanti italiani di oggi dovranno dire lo stesso delle occasioni in cui sarebbe stato possibile cambiare, salvare il nostro paese? In piazza a festeggiare lo scudetto, in fila davanti all’Apple store, al centro per la movida d’ordinanza, c’erano. E a lottare contro la corruzione? contro la privatizzazione dello Stato e la svendita dell’economia agli stranieri? contro la disinformazione sistematica operata da giornali e telegiornali? contro l’evasione fiscale dei plurimilionari, gli osceni guadagni dei mercenari del pallone o dei conduttori televisivi?
Ciò che avvenne in passato è evidentemente possibile, molto di più delle magnifiche sorti e progressive promesse dai venditori di fumo. Il che non significa che la Storia debba ripetersi: significa solo che qualunque cosa accada avrebbe anche potuto non accadere e se accade è solo colpa nostra, di chi l’ha voluta e di chi non si è opposto o non ha saputo opporsi, di chi sapeva e di chi ha preferito non informarsi. Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi fatto anch’io il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, sarebbe successo ciò che è successo?