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Il panico da coronavirus ha rivelato impietosamente il vuoto morale e culturale provocato da decenni di liberismo e di incontrastata regressione nell’individualismo e in un edonismo irresponsabile. Se l’unico scopo dell’esistenza, come predicano i rampanti berlusconiani e renziani ma anche buona parte dei leghisti, è il successo personale e immediato, nei momenti di crisi la società si sfalda. E le crisi sono periodiche e inevitabili, direi fisiologiche e necessarie in sistemi viventi, dunque soggetti (e meno male) a continue trasformazioni; solo un adolescenziale ottimismo all’americana, o più probabilmente una spregevole malafede, può far finta che sia possibile adagiarsi in una rappresentazione statistica e probabilistica della realtà, mera proiezione del presente a cui siamo abituati. La smodata avidità di pochi ha distrutto la fiducia nello Stato, la solidarietà, la virtù, i legami di appartenenza e di comunità, la morale, la cultura, ossia tutti i dispositivi inventati dalla civiltà umana per assorbire i colpi della fortuna e del caso; è bastato mezzo secolo di sbandamento, di compiaciuta disattenzione di massa.
Invece di costruire degli argini in grado di contenere un improvviso aumento del flusso del fiume, ci si è fatti convincere che fosse un evento improbabile (a questo servono i “big data”), dunque inesistente, o che fosse in nostro potere intervenire a monte – che fossimo i padroni assoluti del mondo e i signori della natura. Balle, che hanno consentito alla classe dirigente più inetta e squallida della Storia di indirizzare altrove le enormi ricchezze create dal progresso scientifico e industriale e dal saccheggio sistematico delle risorse: non al bene comune e all’edificazione di una società egualitaria, saggia e in armonia con l’ambiente, bensì osceni patrimoni personali (una ventina di miliardari che hanno più soldi di metà della popolazione del pianeta) e multinazionali più ricche degli Stati – con la loro corte di giornalisti prezzolati, politici codardi, celebrity senza qualità e dunque servili.
Io non ho particolare paura del coronavirus, anche se cercherò di evitare il contagio e dunque di contagiare altri. Non ho paura della mia condizione umana e ne accetto l’intrinseca vulnerabilità. Mi preoccupano piuttosto le crepe che vedo nella società, nelle comunità, ho paura dell’epidemia dell’egoismo e della stupidità. È ora di ribellarsi, di cominciare sul serio a combattere per i nostri valori, che solo danno senso alla vita e alla morte. È ora di affrontare gli stronzi che stanno distruggendo per interesse quanto c’è di buono e di bello nel nostro paese e nel mondo. È ora che siano loro ad avere paura, e non del coronavirus: di noi.