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Quando l’educazione era un privilegio delle élite i classici venivano studiati a scuola: servivano a far capire ai giovani che il presente è un frammento della Storia, non l’unica realtà e neppure il punto di arrivo di un percorso lineare e teleologico. Le tradizioni svolgevano una funzione simile a livello popolare. Invece di costringere ogni generazione e individuo a decifrare faticosamente la società e il mondo, mostravano loro gli eventi e le interpretazioni del passato; in alcuni periodi ciò era sufficiente, in altri solo un punto di partenza: ma che preveniva errori, ingenuità, scoperte dell’acqua calda.
Poi le masse sono entrate nella Storia e hanno preteso anche loro un’educazione: il risultato è che hanno cominciato a prendere coscienza, a organizzarsi e ribellarsi, a pretendere eguaglianza economica. Intollerabile per i ricchi abituati a vivere di rendita e per i ben più numerosi rampanti che ambiscono a quella condizione. Dopo qualche sconfitta hanno trovato la soluzione: far regredire la gente nella più bieca ignoranza, privarla non solo di classici ma anche di cultura popolare, farla vivere di sola attualità e di bisogni immediati, senza alcuna memoria, senza radici, senza progetti se non il desiderio compulsivo di acquistare il prodotto pubblicizzato in televisione o sui social. Con il vantaggio che quando si accorgesse che qualcosa non va, che la stanno derubando e immiserendo, che il potere è in mano a stronzi arroganti e inetti, reagirebbe in modo infantile, facilmente influenzabile.
Un esempio? Il recente, sistematico attacco contro Luigi Di Maio, dall’esterno del M5S e al suo interno da parte delle quinte colonne liberiste. Ecco, chi abbia studiato la Storia e i classici si ricorderà di Cicerone e di Seneca e delle loro domande: Cui bono?, Cui prodest? Non era una mera ricerca del movente: il pensiero antico era molto più profondo; qui alludeva alla capacità umana, e dei potenti in particolare, di manipolare la realtà. I fatti possono venire nascosti o falsificati, le conclamate intenzioni sono spesso menzogne. Occorre piuttosto guardare alle conseguenze della decisione che ci viene chiesto di prendere e che ci dicono essere una necessità, un destino manifesto. Ma lo è? A chi conviene, chi ne trae vantaggio?
Di Maio continua a chiedere la revoca della concessione delle autostrade ad Atlantia. È una cosa grossa in sé ma soprattutto un pericoloso precedente per i neocapitalisti impegnati nella privatizzazione del sistema pubblico e addirittura dello Stato. Potenzialmente un turning point, un momento di svolta. Penso sia stata una delle ragioni del tradimento di Salvini ad agosto. Se Di Maio cadesse, vedrete, il suo più debole successore (ancor meglio se si trattasse dell'”organismo collegiale” chiesto dai frondisti, inevitabilmente in mano a correnti e dunque alle lobby) si accontenterebbe di una multa. E sarebbe la fine del M5S: mission accomplished. Sono due o tre anni che ci stanno provando a reti unificate e i principali ostacoli sono sempre stati l’abilità e il carisma di Di Maio. Deve restare: non conviene a loro dunque conviene a noi.