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Se non fosse in atto una campagna di stampa senza precedenti contro il M5S, il caso Gianluigi Paragone non sarebbe un caso. Niente di strano che in un partito, inclusi quelli che non vogliono definirsi tali, si scontrino diverse posizioni strategiche o ideologiche, in particolare quando si tratti di un movimento giovane, cresciuto rapidamente e in fase di assestamento. Sono situazioni spiacevoli e imbarazzanti ma fanno parte della politica e servono, come le crisi adolescenziali, a maturare, a definire la propria identità adulta. Ma solo se vengano superate traumi profondi; ed è per provocarne che i media liberisti continuano a buttare benzina sul fuoco.
Ho grande considerazione per Alessandro Di Battista e, come lui, su molte questioni concordo con Paragone più che con altri dirigenti del M5S, a cominciare dai cattogrillini alla Roberto Fico. Per esempio, il sostegno di quest’ultimo allo ius soli, come un liberal qualsiasi, lo considero elettoralmente molto più dannoso dell’intransigenza un po’ avventurista di Paragone nei confronti dell’UE.
Tuttavia un partito politico non ha bisogno soltanto di determinazione e di entusiasmo ma anche e soprattutto di disciplina. Il dissenso è legittimo e utile però una volta che sia stato manifestato ci si deve conformare al volere della maggioranza. È una regola che non vale per i partiti clientelari, come un tempo la DC e poi Forza Italia, mosaici di gruppi di interesse che in qualche misura vengono tutti ricompensati: a fronte di vantaggi materiali per la categoria o addirittura di un profitto economico personale, i contrasti fra opposte correnti possono venire tollerati. Ma un movimento rivoluzionario o riformista, osteggiato dai poteri forti e che già ha da superare il naturale sospetto della gente per le novità, ha assoluto bisogno di coesione interna. Non di coerenza: di coesione.
La coerenza, alla quale si appellano sia Paragone che Di Battista, è un valore della destra post-conservatrice (direi anzi che è la caratteristica che qualifica la destra di oggi) ed è diretta conseguenza della centralità da essa attribuita all’individuo. Come un secolo fa intuì Walter Benjamin, il fascismo convince la gente a rinunciare alla lotta per l’eguaglianza in cambio della possibilità di “esprimersi” come soggetti, di affermare sé stessi. Il liberismo ancora di più: è l’apoteosi del singolo e del privato, alimenta il culto delle personalità.
Questa è la scelta fondamentale che il Movimento e i suoi membri devono compiere: decidere se la loro priorità è la collettività o l’individualità. Anche internamente, come partito. Nel primo caso, frasi come quella di Paragone (“io quel programma lo difendo, perché con quel programma sono stato eletto”) o di Di Battista (“vi esorto a leggere quel che dice Paragone e a trovare differenze con quel che dicevo io nell’ultima campagna elettorale che ho fatto”) sono sbagliate: perché la coscienza che deve guidare le nostre scelte politiche e rispetto alla quale dobbiamo assumerci le nostre responsabilità, non è quella personale (l’“io” che cerca la continuità con il suo passato) bensì quella del gruppo di cui facciamo parte, fatta di relazioni e dunque in perenne evoluzione attraverso il confronto con la realtà e con gli altri.
Che è una delle ragioni per cui la regola dei due mandati è assurda. La politica richiede una profonda immersione nel partito, nello Stato e nel popolo di cui si dovrebbe essere la voce, senza pause, vacanze, lontananze. Osservare da fuori può essere utile a uno studioso come me, non a chi abbia compiti di dirigenza. Spero che Di Battista torni al più presto nel pieno della lotta, a cambiare il Movimento e a venirne cambiato.