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Il governo degli Stati Uniti si appresta a confermare trionfalmente la solidità dell’economia del paese, cresciuta del 2% anche nel 2019, in prosecuzione di una tendenza che va avanti da undici anni, uno dei più lunghi periodi di ininterrotta e rapida espansione della storia. E i media amplificheranno l’informazione per convincere gli americani, molti dei quali invece da undici anni si dichiarano e dimostrano insoddisfatti e timorosi per il futuro, che il loro è il migliore dei mondi possibili; lo affermano i numeri, i dati: che la piantassero di lamentarsi come dei perdenti qualsiasi e probabilmente a giustificazione della loro inettitudine o indolenza. State sicuri che anche i telegiornali e i quotidiani italiani daranno grande evidenza alla notizia e che troveranno il modo di usarla per fare paragoni con la stagnante economia italiana invitando la gente a smetterla con il populismo e ad affidarsi con fiducia a tecnici della finanza (Draghi salvatore della patria) perché la guidino verso la terra promessa del neocapitalismo globalista attraverso inevitabili e salutari privatizzazioni, detrazioni fiscali per i ricchi, favori alle multinazionali straniere: #italianistatesereni.
Mancando di far notare un piccolo problema messo in evidenza, per esempio, da un editoriale del New York Times  del 16 dicembre (“G.D.P. Is Broken But We Can Fix It”): che la crescita economica non si è tradotta in un parallelo incremento del reddito dell’americano medio e che, al contrario, è già dalla metà degli anni ottanta (oh guarda caso, esattamente il momento dell’attuazione della controriforma liberista) che il potere reale d’acquisto dei lavoratori è in declino. Per un po’ è stato compensato con doppi impieghi, straordinari notturni e festivi, debiti e mutui sempre più gravosi, tagli ai risparmi per la pensione e conseguente prosecuzione dell’attività lavorativa anche da anziani; ma dalla crisi del 2008 la forbice si è ulteriormente allargata e mentre il 10% della popolazione ha ulteriormente incrementato la sua ricchezza e l’1% in maniera oscena e senza precedenti (a cominciare dagli speculatori e investitori che per assicurarsi altissimi interessi avevano portato il sistema bancario al fallimento), il 90% si sta impoverendo e una parte di esso è in miseria. Anche in America e anche se il PIL aumenta.
Perché allora non si ribellano? Ma lo fanno: purtroppo, in mancanza di tradizioni di lotta, di organizzazione e di ideologie di riferimento, solo in maniera autodistruttiva: con le droghe, l’alcol e gli psicofarmaci (un’epidemia: 70mila morti all’anno di overdose), il cibo-spazzatura (gli obesi sono ormai più di un terzo della popolazione adulta), la videodipendenza (dieci ore al giorno di media davanti a uno schermo). I più disperati, quelli che in altri tempi avrebbero politicizzato la loro rabbia e le loro frustrazioni cercando di assassinare un re o scatenando una sommossa o almeno qualche agitazione sindacale, comprano un fucile semiautomatico al supermercato o online (se ne trovano per 200 dollari) e si sparano dopo aver ammazzato qualche collega o passante; succede ogni settimana e la stampa non ne dà più notizia — se le vittime non sono almeno una cinquantina, non bucano lo schermo.
Il che ci porta a una recente indagine statistica secondo la quale la posizione degli americani sulla procedura di impeachment dipenderebbe dal network che seguono: il 70% di chi guarda CNN vuole la rimozione del presidente, il 70% di chi guarda Fox News non la vuole. Non credo si tratti di tribalismo e neppure di semplice disinformazione: perché né CNN né Fox sono organi di partito, come una volta, mettiamo, L’Unità o Il Popolo o Il Secolo d’Italia, e neppure macchine propagandistiche in senso tradizionale, ossia che spacciano un’ideologia. Sono piuttosto dei dispositivi pubblicitari che non agiscono a livello della politica bensì dei comportamenti sociali, delle abitudini mentali, delle forme di autorappresentazione, e che non mirano a creare consenso bensì superficialità, ignoranza, rassegnazione. Come del resto gli economisti, quelli che si sono inventati un parametro fasullo come il PIL e lo hanno trasformato in un criterio oggettivo e onnicomprensivo di misurazione allo scopo di giustificare l’operato dei loro padroni, i miliardari e le multinazionali, impegnate in un’operazione di sistematico saccheggio delle residue risorse naturali e sociali del pianeta, assolutamente insostenibile e pertanto da sostenere con finzioni mediatiche — e poco importa che la realtà le smentisca, basta propinare alla gente una realtà virtuale o aumentata, o dei big data così big da essere inverificabili.
È la tragedia del nostro tempo: l’egemonia totale della metanarrazione liberista, pervasiva come un tempo quella delle religioni però creduta non per fede (il che consente alla ragione e all’esperienza di mantenere una certa dose di scetticismo) ma appunto come se fosse evidente, manifesta, sperimentabile, e pertanto incontestabile. A questo serve l’immenso apparato mediatico e tecnologico: a sostituirsi alla realtà, ad apparire alla gente come la sola vera realtà, con il vantaggio che le sue leggi non sono naturali o divine bensì stabilite da chi ha potere e denaro. Benché il fine di ogni movimento autenticamente popolare e di emancipazione debba essere la completa distruzione di tale apparato e l’annientamento dei suoi artefici e beneficiari e dei loro servi, per poterli contrastare efficacemente occorrerà appropriarsi delle loro stesse armi e ritorcergliele contro. La battaglia decisiva ha come obiettivo il controllo dei mezzi di informazione (possibile che i vertici del M5S non se ne rendano conto?); non ci sono scuse per non provare a vincerla, né per nascondersi che la si può vincere soltanto se si sarà eroicamente determinati, eccezionalmente competenti e del tutto privi di scrupoli.

[Questo articolo è precedentemente apparso su L’AntiDiplomatico]