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Ogni volta che apro un giornale mi deprimo; ma poi mi riprendo dicendomi che è ovvio che i ricchi e le multinazionali usino la loro stampa e i giornalisti al loro servizio per scoraggiare chi li minaccia. Poi vado su facebook e mi deprimo ancora di più, e lì di ricchi e multinazionali non ce ne sono. Quindi abbiamo un problema: il M5S in maniera macroscopica ma pure gli antiliberisti in genere. Non solo non sappiamo dotarci in un adeguato apparato di controinformazione ma neppure sappiamo dare l’esempio. Non si vive di sole lamentele, di sole denunce, di continui travasi di bile per le calunnie di un popolare talk show o di un ignoto blog locale.
Pessimisti è necessario esserlo per attrezzarsi mentalmente alla difficile lotta che ci aspetta; ma pessimisti non si può apparire. Più della giustizia, dell’eguaglianza, dell’onestà, della democrazia, anche più del pane la gente ha bisogno di speranza. Per questo la corruzione e il clientelismo sono così efficaci: non tanto per quello che riescono a dare ma per quello che promettono. Come pensate che gli italiani, dopo decenni di deriva culturale e morale e di abitudine allo spreco, possano volere un ritorno alle regole e alla responsabilità se voi stessi non dimostrare di crederlo possibile? È intollerabile che ogni insuccesso, ogni ostacolo, ogni ritardo, vengano usati come scuse per giustificare il proprio disimpegno: perché gli italiani non si meritano il M5S, i media non sono obiettivi, il potere corrompe, il destino è cinico e baro. Se gli italiani si meritassero il M5S, se i media fossero obiettivi, se il potere non corrompesse, non servirebbe il M5S; quanto al destino, è un trucco di chi non sa o non vuole combattere.
Ieri ho riguardato un film di dieci anni fa, Invictus. Diretto da Clint Eastwood, che è di destra ma di una destra conservatrice che non c’è più perché la destra, in America come in Italia, è ormai liberista e non vuole conservare proprio niente. Certo, c’è tanta retorica nel film, come del resto nella vecchia poesia di fine ottocento che gli dà il titolo e che viene splendidamente letta da Morgan Freeman: “Ringrazio qualunque dio ci sia / per la mia anima indomabile”. Sono solo parole? per di più desuete come “indomabile”? Che però aiutarono Mandela a resistere alla disperazione nei ventisei anni di prigionia e di nuovo, da presidente, al diffuso desiderio di immediata rivalsa che avrebbe portato il paese alla guerra civile.
Non basta avere ragione; occorre avere fiducia in sé stessi e nelle proprie idee e azioni e parole, e dimostrarla quotidianamente con il proprio coraggio e la propria tenacia, in particolare nei momenti più bui e tormentati. È quello che Gramsci, anche lui mai piegato dalla sconfitta politica e personale né dalla prigione, chiamava ottimismo della volontà. Che è il piacere non di prevalere, a cui son buoni tutti, ma di perseverare, insieme ad altri come noi, dei fratelli, dei compagni: “Nella spietata morsa degli eventi / non ho indietreggiato né gridato. / Sotto i colpi della sorte / la mia testa è sanguinante ma non china”.

Invictus

Out of the night that covers me,
Black as the pit from pole to pole,
I thank whatever gods may be
For my unconquerable soul.

In the fell clutch of circumstancw
I have not winced nor cried aloud.
Under the bludgeonings of chance
My head is bloody, but unbowed.

Beyond this place of wrath and tears
Looms but the Horror of the shade,
And yet the menace of the years
Finds and shall find me unafraid.

It matters not how strait the gate,
How charged with punishments the scroll,
I am the master of my fate:
I am the captain of my soul.

Nella notte che mi avvolge,
nera come il pozzo da un estremo all’altro,
ringrazio qualunque dio ci sia
per la mia anima indomabile.

Nella spietata morsa degli eventi
non ho indietreggiato né gridato.
Sotto i colpi della sorte
la mia testa è sanguinante ma non china.

Oltre questo luogo di rabbia e lacrime
incombe solo l’orrore dell’ombra,
e tuttavia la minaccia degli anni
mi trova e mi troverà senza paura.

Non importa quanto angusta sia la porta,
quanto carica di punizioni sia la legge,
io sono il padrone del mio fato:
io sono il capitano della mia anima.

(William Ernest Henley, 1888)