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Salvini, così come Trump in America, è un personaggio imbarazzante: disinformato, superficiale, inaffidabile. Non è che la gente non se ne renda conto; in altri momenti storici nessuno gli avrebbe dato retta. Cos’è allora che permette a Salvini e a Trump (e altri demagoghi, spesso milionari) di vincere o comunque di attrarre ampi consensi popolari e nella classe media? Cosa spinge tanti lavoratori italiani e americani a sostenerli, fino al punto da fanatizzarsi e da non essere più in grado di riconoscere i propri reali interessi? Le ragioni sono sicuramente numerose e complesse però una delle principali è il monopolio del patriottismo, che gli è stato lasciato in eredità dai conservatori (completamente scomparsi) e in dono dai progressisti (sempre più infatuati delle magnifiche sorti e progressive realizzate dalle nuove tecnologie e dai nuovi media).
È un monopolio che Salvini e Trump non meritano: sono dei liberisti che non si oppongono né si opporranno mai alla grande finanza internazionale e tanto meno al consumismo compulsivo. Soltanto la loro retorica è ostentatamente nazionalista ma è sufficiente visto che nessuno gli fa concorrenza. Come stupirsi che fra chi alimenta la globalizzazione nei fatti ma almeno si riempie la bocca di “orgoglio italiano”, di “patria da amare e da difendere”, di promesse di rinascimento culturale e di risorgimento politico, e chi invece la globalizzazione non solo la accetta ma la promuove come un valore, vergognandosi delle tradizioni come di un ritardo storico e del senso di appartenenza come di un peccato, come stupirsi che tanti italiani preferiscano i primi? O davvero credete alla grande narrazione liberal e postmoderna della fine delle grandi narrazioni identitarie, della morte delle ideologie e della Storia, del dissolvimento delle comunità?
Approvo le recenti scelte del M5S, incluse quelle di andare pragmaticamente al governo con il Pd dopo la defezione della Lega o di non giocarsi tutto in battaglie ancora impopolari, per esempio contro il TAV o l’UE; non sono un massimalista e preferisco i compromessi (tipici dei sistemi elettorali proporzionali) al mito della governabilità (che trasforma le minoranze in maggioranze fasulle e allontana i cittadini dalla politica). Ma questo a livello di azioni concrete. A livello di ideologia, di retorica, di princìpi, occorre invece essere molto chiari e coerenti. Perché le parole contano: creano aspettative e soprattutto danno identità, e la gente vive di aspettative e di identità. Possono venire disattese, certo, ed è quello che la destra fa sistematicamente; ma solo quando nessun altro le pronunci, altrimenti il prezzo del tradimento diventa altissimo. Serve un patriottismo di sinistra (nazionale popolare): per tornare a credere nel bene comune e nelle responsabilità collettive, insomma nello Stato; e nella nostra cultura, senza per questo ritenerla superiore a quelle altrui ma semplicemente diversa e nostra. Impedendo così a leghisti, berlusconiani e fascistoidi di usare a proprio vantaggio quella legittima aspirazione all’orgoglio di sentirsi italiani.