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Sono di sinistra e per sinistra intendo un’ideologia che privilegi l’eguaglianza economica sulla meritocrazia, il pubblico sul privato e i diritti collettivi su quelli individuali. Tuttavia non penso che tutti debbano essere di sinistra e neppure che in ogni epoca e paese la soluzione migliore sia necessariamente il governo della sinistra. Credo nella democrazia, non solo come possibilità di scegliere fra programmi alternativi ma anche come interazione o conflitto fra di essi: in quanto qualsiasi sistema, anche il più virtuoso, in regime di monopolio e di isolamento si sclerotizza o corrompe.
Il problema principale del mondo attuale non è dunque che la sinistra non sia al potere: è che non ci sia un’opzione di sinistra che possa temperare con la sua presenza gli eccessi di un capitalismo che per la prima volta nella Storia, grazie alle nuove tecnologie e ai nuovi media, è egemonico e omogeneizzante a livello planetario. Per questo è necessario che lo spettro del comunismo torni ad aggirarsi per l’Europa e per il mondo, a prescindere dalla possibilità di realizzare concretamente, nel breve termine o anche nel lungo, una comunità in cui, come preconizzarono Marx e Engels, il libero sviluppo di ognuno sia la condizione per il libero sviluppo di tutti. Utopia? È irrilevante: lo scopo dei sogni e degli ideali non è diventare realtà ma semplicemente mostrare i limiti della realtà contingente, rimetterla in gioco.
Da soli i ricchi e i potenti di oggi non possono redimersi: non sono e neppure aspirano a essere un’aristocrazia, un governo dei migliori, quali che siano i parametri scelti per attribuire il merito o riconoscere la virtù; il liberismo è pensiero unico, rifiuta di essere valutato e vincolato, la sua deregulation impedisce i giudizi di merito e la definizione della virtù; l’unica cosa che conta è il successo, non importa come ottenuto. Privi di avversari, i ricchi e i potenti di oggi si stanno persuadendo di essere dèi, onnipotenti ed eterni.
Invece non lo sono. E neanche sono eroi: la loro arroganza e la loro avidità si fondano sulla certezza dell’impunità. Hanno tanto da perdere e ciò li rende spietati, ma solo finché il rischio resti insignificante; se diventasse concreto, se le loro vittime e i loro schiavi smettessero di piegare la testa, sarebbero loro ad abbassarla. Non c’è neppure bisogno che la rivoluzione appaia imminente e probabile; basta che torni a essere percepita come possibile. Che torni a essere proposta, annunciata, promessa. È la conclusione del Manifesto del partito comunista; non una profezia, solo un invito alla lotta: “I comunisti si rifiutano di celare le loro idee e i loro propositi. Che le classi dominanti si intimoriscano pure. I proletari non hanno alcunché da rimetterci se non le loro catene. E da guadagnare hanno un mondo intero”.

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