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Al terzo posto per numero di immigrati in Italia c’è il Marocco. Vorrei che qualcuno mi spiegasse perché i cittadini di quel paese avrebbero diritto di essere accolti in Italia o in Europa, dove sono al primo posto per nuove cittadinanze ottenute. Le più recenti statistiche, per esempio quella di quest’anno della CIA, mostrano che la percentuale di italiani che vivono al di sotto della linea di povertà è nettamente più alta che in Marocco (30% in Italia, 15% in Marocco, lo stesso livello che in Gran Bretagna, Svezia e Stati Uniti). Questo non significa che in termini assoluti gli italiani, per non parlare degli inglesi o degli svedesi, siano più poveri; il PIL nominale pro capite è in Italia di 30mila euro, in Marocco di 3mila (e negli Stati Uniti è 57mila, in Svezia 51mila). Ma i termini assoluti e il PIL nominale valgono solo per le multinazionali che delocalizzano e speculano sulle differenze di costo della vita e del lavoro, non per chi in un posto ci abiti: i poveri americani, per esempio, se vivessero in India o anche in Brasile con lo stesso reddito sarebbero benestanti, ma siccome vivono in America sono miserabili. Si capisce che i marocchini siano insoddisfatti della loro esistenza in Italia o in Belgio o in altri paesi europei, soprattutto quando siano di seconda generazione e quindi sia caduta la consolazione del confronto (astratto) del loro salario con quello dei parenti o amici restati in Marocco.
Non sto parlando dell’osmosi ordinaria fra paesi, che ogni anno porta un numero ristretto di olandesi in Germania o di francesi in Australia o di marocchini in altre regioni del mondo; parlo di un fenomeno tipico dell’età del neocapitalismo selvaggio, le migrazioni incontrollate di massa, giustificate dalla sinistra terzomondista come fuga da condizioni intollerabili di vita. Il caso del Marocco mi pare dimostri che dietro molti spostamenti non ci siano affatto il bisogno e la disperazione bensì il sogno, spacciato dall’industria dell’intrattenimento e dell’informazione, di comportamenti all’occidentale, a cominciare da un consumismo irresponsabile. Che su scala planetaria è insostenibile e che nella realtà esclude ampi settori della stessa popolazione autoctona europea e americana. Ovvio che gli ultimi arrivati non solo restino poveri in assoluto ma in relazione al nuovo ambiente lo diventino ancora di più, e che ciò provochi risentimento, in loro e in chi li vede come concorrenti (al ribasso) nella ricerca di un’occupazione. A chi conviene, oltre che ai miliardari che la globalizzazione ha reso oscenamente più ricchi? Ma magari mi sbaglio: aspetto
correzioni.
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