Home

Prima domanda: perché mai in Sicilia la sinistra avrebbe dovuto prendere più del 6%? Come potevano i suoi sostenitori aspettarsi un risultato migliore in un tale clima politico, anzi qualunquistico, e senza essere riusciti a elaborare con chiarezza e credibilità un proprio programma, a definire un’ideologia riconoscibile e unitaria, e neppure a rinnegare senza ambiguità il Pd renziano? Per non dire della persistente priorità assegnata ai diritti civili, quasi fossero dei radicali, e del sostegno pregiudiziale alle migrazioni incontrollate, quasi fossero dei cattolici, senza alcun rispetto e interesse per le legittime preoccupazioni economiche e sociali di buona parte della gente, in particolare i lavoratori e i ceti meno abbienti, ossia la base naturale della sinistra.
Seconda domanda: perché mai il 6% sarebbe un risultato fallimentare? Alle elezioni del 15 maggio 1921 il partito comunista ottenne il 5%, dopo che nei mesi precedenti la repressione poliziesca e le aggressioni fasciste avevano messo in ginocchio la classe operaia e posto fine alle occupazioni delle fabbriche. Ma i dirigenti del partito non si abbandonarono alla depressione: “Nulla è perduto se rimane intatta la coscienza e la fede, se i corpi si arrendono ma non gli animi”, scrisse Gramsci. Una retorica che oggi la sinistra non sa più usare perché ha scordato che il suo compito non è la conquista di poltrone e visibilità, come per i liberisti, bensì la graduale maturazione del popolo e la costruzione di un’organizzazione in grado di approfittare delle occasioni che improvvisamente di presentassero, come era accaduto nel 1917 in Russia e come sarebbe accaduto in Italia con lo sbarco alleato e la caduta del fascismo.
Purtroppo il Mdp e gli altri partitini di sinistra sembrano aver accettato, sulle orme del Pd, il successo immediato come unico metro di guidizio politico, avallando insomma il mito liberista del vincente. Per questo hanno impiegato tanto tempo a dissociarsi da Renzi: non mirano a distruggere il sistema bensì a farne parte. Non credo che ci sia spazio e futuro per una sinistra sociale e socialista che non sia capace di ragionare in tempi lunghi, cioè rifiutando l’appiattimento sull’attualità, e che non si faccia portatrice di una visione del mondo inconciliabile con quella del neocapitalismo globalista, tornando a lavorare a livello locale, nel territorio, in contatto con il popolo e dunque populisticamente, senza avere paura di essere considerata inattuale e perdente. Ancora Gramsci, sugli operai torinesi sconfitti dai padroni: “Togliamoci il cappello dinanzi alla loro umiliazione, perché in essa è qualcosa di grande che si impone ai sinceri e agli onesti”.

Advertisements