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Ho notato che fra coloro che angosciosamente giudicano la situazione italiana irrimediabilmente compromessa (magari per motivi antropologici) e che si stanno perciò rassegnando al regime liberista di Renzi, non pochi sono impegnatissimi nella lotta per una Palestina libera o per l’abolizione della pena di morte negli Stati Uniti o contro gli stupri di gruppo in India. Nella fattispecie tre cause che mi trovano interamente d’accordo ma che mi paiono, nel contesto, solo palliativi. L’internazionalismo parolaio, generalmente praticato davanti al computer o alla televisione, non serve a niente, così come non servono a niente le innumerevoli petizioni che ormai inondano il web, spesso accompagnate da ambigue richieste di contributi (dei quali nel migliore dei casi il 10% arriva ai destinatari; il resto serve a pagare i promotori).
L’unica cosa che conta davvero è l’esempio: se l’Italia, in conseguenza dell’intervento attivo dei suoi cittadini migliori e della loro capacità di unirsi, organizzarsi e riconoscere le proprie priorità, riuscisse a uscire dalla palude in cui si trova e a ridare forza alla sua democrazia e a diventare un modello di solidarietà interna e internazionale, di eguaglianza sociale e di rispetto per l’ambiente e la cultura (a cominciare dai propri, e di conseguenza di quelli altrui), sarebbe uno stimolo per altri paesi a fare altrettanto. Anche risultati incerti e parziali innescherebbero dinamiche positive di rinnovamento. Ciascun popolo è primariamente responsabile della propria condizione e molto marginalmente (ed equivocamente) di quella degli altri: solo attraverso le proprie conquiste civili li può aiutare a ottenerne a loro volta.