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Un libro sottotitolato Storia naturale del successo non è fatto per piacermi: la principale accusa che muovo al liberismo è che abbia sostituito l’etica, ossia un sistema di valori e di norme, con il culto del successo, ossia con una valutazione a posteriori, in base ai risultati conseguiti, quali che siano – una caratteristica che lo sta facendo diventare il più catastrofico sistema economico e sociale della storia. E tuttavia conoscere il nemico e le sue strategie è necessario per combatterlo efficacemente: per questo anni fa comprai il libro di Malcolm Gladwell, poi tradotto in italiano con il titolo Fuoriclasse (il titolo originale era Outliers: The Story of Success; chissà perché la Mondadori volle aggiungere quell’aggettivo, “naturale”, per qualificare il successo). È lì che compare, o almeno viene esplicitata, la “regola delle diecimila ore”. La quale può essere così sintetizzata: in qualsiasi campo per avere successo occorre fare pratica di una specifica operazione o attività per almeno diecimila ore. Che corrispondono, per quantificare con più chiarezza la dedizione richiesta, a quattro ore al giorno, tutti i giorni, per quasi sette anni.
La regola mi è tornata in mente riflettendo sul crollo della partecipazione popolare nelle elezioni americane di tre settimane fa e in quelle in Emilia della scorsa domenica: un assenteismo di più del 60% che ha dato la vittoria ai liberisti (negli Stati Uniti i repubblicani, in Italia il partito di Matteo Renzi). Al di là dell’immediato vantaggio che l’assenteismo concede a chi è al potere e controlla le istituzioni, mi pare infatti che abbia un’altra grave conseguenza, di solito ignorata: diminuisce il numero di ore che la gente in generale e i militanti in particolare dedicano alla politica, impedendo dunque il formarsi di una competenza specifica.
Gladwell ha ragione: qualunque intervento richiede preparazione ed esercizio, anche in politica. Soprattutto in politica. Non si impara a fare politica astenendosi dal partecipare, rinunciando agli scontri, alle delusioni, ai fallimenti. Da troppo tempo la sinistra ha paura di esporsi: con la scusa del rigore morale o ideale, per non dire del buonismo, rifiuta di contrapporsi frontalmente agli avversari e persino di confrontarsi con i possibili alleati; e così si disabitua alla lotta, alla flessibilità e al pragmatismo. Evita i rischi, evita le sconfitte. Invece per crescere non c’è altro modo che fare esperienza e correggere la propria strategia sulla base dei tentativi fatti e degli errori compiuti. Non so se si tratti proprio di diecimila ore ma di certo l’impegno richiede anni di lavoro, di sforzi, di tensione; l’astensione e la rassegnazione non ne richiedono, ma non insegnano nulla.

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