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Per cominciare a preparare il dopo-Renzi sarebbe opportuno sgombrare il terreno da un equivoco. Parlare di un partito o movimento di centrosinistra non ha alcun senso. Un governo di centro-sinistra (con il trattino) ha senso, perché rappresenta una convergenza tattica o strategica di interessi fra un partito (o più partiti) di centro e un partito (o più) di sinistra. Ma un partito o movimento che in sé si definisca di centrosinistra è un ossimoro o una truffa.
È persino banale farlo notare: se qualcosa è di centro non può anche essere di sinistra (“quando arriva all’incrocio prenda la strada a centrosinistra”). A maggior ragione in politica: il centro esprime stabilità, equilibrio; la sinistra si propone di alterare quell’equilibrio, promuove il cambiamento. Il centro confina con la destra e in parte si sovrappone a essa; la sinistra le si contrappone. Il centro è ecumenico e cerca la conciliazione fra le classi sociali in modo da mantenere lo statu quo; la sinistra è egualitaria e cerca il conflitto sociale per ridurre al minimo le differenze di classe.
Per cui finiamola con questo mito del partito di centrosinistra: è una contraddizione in termini. E finiamola anche con quel mostro che è il Pd, nato vecchio, come brutta copia di un partito ottocentesco quale il Democratic Party americano, da decenni incapace di opporsi ai conservatori. Solo in un periodo di confusione mentale della sinistra l’assurda proposta di un gruppo dirigente di imbarazzante mediocrità, i Veltroni, i D’Alema, potè essere accolta. È ora di andare oltre. Se si vuole il bipolarismo, l’alternativa deve essere fra una sinistra e una destra, non fra un centrosinistra e un centrodestra; se si accetta una democrazia rappresentativa, ben vengano partiti lungo tutto l’arco politico, dall’estrema sinistra all’estrema destra, con un centro inevitabilmente democristiano e in vendita al miglior offerente, dunque disponibile a temporanee coalizioni di centro-sinistra o centro-destra.

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