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In prima pagina il New York Times di oggi dà notizia (in ritardo di una decina di giorni) dell’Ultra-Trail du Mont-Blanc, la massacrante corsa che ogni anno si corre in alta montagna attorno al Monte Bianco. Il titolo del trafiletto, che rimanda a una pagina interna di fotografie, è “Reward is Merely Finishing”, il premio è finire. A ultratrailscanso di equivoci, il testo ribadisce il concetto: “There is no prize money”, nessun premio in denaro.
Significativo che il più autorevole quotidiano americano consideri questa una stranezza, simile a quella, proverbiale, dell’uomo che morda un cane e in grado dunque di attrarre l’attenzione del pubblico. Come se la gente normale non giocasse a basket o a tennis, o non corresse in bicicletta o a piedi, o non nuotasse o si arrampicasse senza altro fine che il proprio benessere fisico o psicologico, la propria personale soddisfazione di raggiungere un obiettivo e di passare del tempo insieme ad altre persone che condividono quel piacere. Il fatto è che negli Stati Uniti, e in maniera crescente anche in Europa, i media hanno perso il contatto con la realtà ordinaria. Parlano solo di celebrities e di ricchi, e in base all’assunto che si tratti dei vincenti a un gioco a cui tutti vogliono o debbono partecipare (it’s capitalism, stupid!), ne universalizzano i valori, il narcisismo, l’ideologia del successo a qualsiasi costo, il culto del denaro.
In parte accade perché loro stessi, i pochi giornalisti che scrivono per i giornali ad alta tiratura o che lavorano per i canali televisivi, appartengono a quella cerchia: pagati troppo, vivono anche loro in una bolla di privilegio, così vuota però che per darle un senso devono imporre agli altri l’invidia per il proprio modello. Perché mai chi sia in grado di correre in un’unica tappa 168 chilometri con un dislivello positivo (cioè in salita) di quasi diecimila metri, dovrebbe rinunciarci senza l’incentivo di un possibile guadagno? Qualcuno davvero crede che se Bale e forse persino Balotelli venissero pagati cento volte di meno non giocherebbero a calcio? Ma c’è di più. La mercificazione delle passioni, dei sentimenti, dei sogni è una precisa strategia di dominio della finanza globale. Perché quando ogni cosa potrà essere misurata in dollari o in euro, nessuna riforma o rivoluzione sarà più possibile: anche la rabbia, l’ingiustizia e il lutto verranno comprate e vendute.
Che è la ragione per cui le banche americane sono il luogo in cui si rifugiano i capitali in momenti di incertezza: lì nessuno si ribella, se non individualmente e inutilmente, da folle, sparando a compagni di lavoro o a bambini. Non illudetevi che non possa accadere in Italia e in Europa: anche gli Stati Uniti erano molto diversi quando le multinazionali ancora non avevano preso il potere. Giusto un secolo fa fu una cittadina dell’Illinois a ispirare a Edgar Lee Masters una delle più potenti celebrazioni della vita e della morte come interazione sociale e non come accumulazione di beni (che comunque li accumulano in pochissimi). Cito dalla poesia di apertura di Spoon River Anthology, nella versione che ne fece Fabrizio de Andrè, abbastanza letterale eccetto che nella geniale aggiunta dell’ultima terzina:
Dov’è Jones il suonatore
che fu sorpreso dai suoi novant’anni
e con la vita avrebbe ancora giocato?
Lui che offrì la faccia al vento,
la gola al vino e mai un pensiero
non al denaro, non all’amore né al cielo.
Lui sì sembra di sentirlo
cianciare ancora delle porcate
mangiate in strada nelle ore sbagliate;
sembra di sentirlo ancora
dire al mercante di liquore
“Tu che lo vendi, cosa ti compri di migliore?”

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