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La maggioranza della gente non effettua vere scelte politiche o economiche. Le elezioni sono un atto formale in cui ai cittadini viene chiesto di selezionare un’opzione fra quelle proposte. Nessuna partecipazione. Quanto all’imprenditorialità, è ormai ristretta a pochissimi supermanager – i controllori delle multinazionali e della grandi banche –: il piccolo commercio e le piccole imprese stanno scomparendo o comunque devono adeguarsi al gioco imposto dalle corporation. Le uniche decisioni che di fatto le singole persone compiono e hanno coscienza di compiere sono perciò minime, quotidiane e per lo più inerenti la sfera del privato. In mancanza di altro è su di esse che la gente costruisce la propria identità: dimmi cosa bevi, quale sport segui, dove vorresti andare in vacanza, e ti dirò chi sei, come la pensi – e per chi voti. Gli esperti di marketing e di pubblicità lo sanno benissimo: da dati apparentemente insignificanti estraggono pattern significativi, grazie ai quali sono in grado di preparare offerte mirate. In questa situazione l’errore capitale della sinistra è stato credere che si potesse fare politica con poche macro-questioni sociali ed economiche. La lotta, per avere successo, va invece combattuta ferraristoresul piano dei micro-comportamenti. Quando discuto di queste cose con gli amici faccio di solito un esempio, che quasi invariabilmente provoca reazioni irritate. Politicamente, sostengo, è più importante combattere la Ferrari piuttosto che i conservatori o la corruzione. Perché l’unico modo per indurre la gente a cambiare è farla riflettere sulle proprie scelte reali, che come dicevo sopra sono minime e quotidiane, e includono l’acquisto di oggetti griffati, alcuni con il cavallino rampante. Chi li compra, una Ferrari non ce l’avrà mai; e tuttavia, desiderando quei surrogati, e accontentandosi di essi, legittima la filosofia della vita di chi la Ferrari ce l’ha e pensa che sia giusto che lui abbia tutto e gli altri niente. In realtà una simile questione più che politica è culturale. Sono state date tante definizioni di cultura: si tratta uno dei termini più ambigui e complicati delle lingue occidentali, e uno dei più fraintesi. Io considero la cultura come il punto d’incontro e di sovrapposizione fra il sociale e l’individuale, il dispositivo che l’intelligenza umana ha sviluppato per mediare fra la sfera psichica, essenzialmente egocentrica e autoreferenziale, e la sfera pubblica, fondata sulla comunicazione e sul bisogno di relazioni. In questo senso, la cultura è compassione (etimologicamente, condividere sofferenze, emozioni); un invito a partire dal particolare, ossia da una dimensione che ci appartiene, per esercitare sia la nostra capacità di sentire che quella di trasmettere ad altri tale sentimento.

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